Regista: Piero Schivazappa Sceneggiatura: Italo Terzoli, Enrico Vaime, Piero Schivazappa Musica: Gianni Ferrio Nazionalità: Italia Anno: 1975 Casa di produzione: Supernova
Cast: Johnny Dorelli Fran Fullenwider Lia Tanzi Gabriella Giacobbe Ugo D’Alessio Henning Schluter
Strampalata parodia di “Love Story”, questo “Una Sera C’incontrammo” di Piero Schivazappa (regista di Incontro e di culti quali Femina Ridens, La Signora Della Notte e lo sceneggiato-tormentone Dov’è Anna?, esempio di proto Twin Peaks di casa nostra con migliaia di spettatori che si chiesero per settimane che cavolo di fine avesse fatto la protagonista), tratto dal romanzo “Amare Significa…” di Terzoli e Vaime, narra le improbabili vicende sentimentali tra il proletario Odeon Prandoni (Johnny Dorelli) e la mastodontica - è proprio il caso di dirlo - miliardaria americana Minnie (Fran Fullenwider). Il film ebbe un ottimo successo ai botteghini, complice soprattutto un Dorelli in stato di grazia e l’insolita accoppiata con la simpatica Fullenwider, signorina dalle grandi taglie purtroppo deceduta nel ’97, nota in Italia anche per altre pellicole tra cui il Melodrammore di Maurizio Costanzo, E Vissero Felici E Contenti e il serial TV Pazza Famiglia, ma soprattutto per essere stata una Transylvanian dell’immortale Rocky Horror Picture Show (e perciò consacrata al Mito!). Un film che si lascia vedere volentieri, col suo background “aziendal-proletario” simile per certi versi a quello di altre pellicole in voga nel periodo (Tutti Possono Arricchire Tranne I Poveri, la saga fantozziana, Le Braghe Del Padrone, etc…).
Trama: Odeon Prandoni vive nella campagna di Melzo, in una cascina in compagnia di polli, galline e del filosofico Aniello Capuozzo (Ugo D’Alessio), pittore squattrinato con l’ambizione di riuscire a possedere un giorno una vera casa con tre bagni. Tutti i giorni per recarsi al lavoro, l’uomo inforca la bicicletta e pedala fino alla fermata del pullman che lo porta a Milano, nella fabbrica Cascami Gomma, ove ricopre la delicata mansione di manovale addetto al trascinamento del carrello dei cascami. Un giorno, durante il tragitto, va letteralmente a sbattere contro la colossale Minnie. E’ amore a prima vista. Fatte le presentazioni di rito (“Ti chiami Odeon come il cinema…”) la donna, che dimostra un appetito insaziabile, lo prende subito in simpatia affibbiandogli il nomignolo di Pendy, da “pendolare”. Dopo una romantica gita sui Navigli a bordo di una chiatta che rischia di affondare per l’eccessivo peso della donna, Minnie confessa all’operaio di essere attratta dal suo meraviglioso corpo (!!!). Odeon abbozza, pur non capacitandosi di come una riccona - e per giunta americana - possa perdere la testa per un poveraccio senza il becco di un quattrino. L’occasione di rivedere il donnone capita durante il torneo di calcio aziendale. Il nostro infatti è titolare nella disastrosa squadra del Cascami Gomma. A nulla servono le esortazioni del presidente e padrone della fabbrica ai giocatori (“L’importante è giocare, ma chi perde è uno stronzo!”) e le elucubrazioni tecniche dell’allenatore Galbusera (Ugo Bologna): la squadra si dimostrerà pietosa come al solito e lo stesso Odeon, continuamente sbeffeggiato dagli spalti, quando gli capita l’occasione d’oro per segnare, trovandosi a tu per tu con il portiere avversario si fa prendere dall’emozione e sviene. Accusato dall’allenatore di essere l’inventore del “calcio patetico”, gli viene anche contestata l’amicizia con la yankee, la quale, data la mole, non è certo passata inosservata sugli spalti (“Non è per farmi gli affari tuoi, Odeon, ma chi è quella grassona? Guarda che tu mi vai giù di forma fisica…”) “E’ una riccona americana” risponde, ma le parole vengono seppellite dalle risate dei compagni (“Ehi, Odeon, con chi ti sei messo? Con la reclame della Michelin?”). Appartatisi, Minnie passa al contrattacco e sferra un bacio a cavatappi alla preda che, presa alla provvista, riesce a malapena a dire “Sapeva di panna, cioccolato e vaniglia. Se avevo il diabete morivo”. Una volta alla cascina, Odeon racconta ad Aniello i fatti della giornata, pur ricevendo in cambio ancora dell’ironia sulla sua presunta storia d’amore, ma finalmente confessa di essersi innamorato. La vita operaia prosegue con il suo tran-tran. Lo vediamo correre in fabbrica al ritmo del Nabucco, trasportare il suo carrellino zeppo di cascami e mangiare alla mensa aziendale, territorio incontrastato della Rosa Petruzzelli (Lia Tanzi), appetitosa impiegata un po’ snob con mire “hautes” che con fare altezzoso cammina tra i tavoli, incurante del coro operaio “Bella figa, figon…” intonato su arie verdiane, passando in rassegna i dipendenti e valutandoli in base al loro stipendio. Scortala accomodarsi in compagnia di un ragioniere, il salace commento di un operaio non si fa attendere “Hai visto, Prandoni? Oggi per ciulare ci vuole il diploma!”. Come che sia, la love story di Minnie e Odeon va avanti, e la “conoscenza biblica” tra i due avviene al termine di una domenica iniziata al cinema, dove finalmente Aniello (grazie anche a una mancia di 50.000 lire) si convince dell’esistenza della miliardaria. “Lo sapevo, Pendy, che avevi un gran bel corpo” dice l’americana al termine di un estenuante inseguimento intorno al tavolo. L’esito del focoso rapporto sarà un letto sfondato e un Odeon debilitato oltre ogni limite, tanto da dover ricorrere al proverbiale zabaione preparato dal premuroso coinquilino. Ritroviamo poi il nostro innamorato a Vigevano, come spettatore di un festival canoro al quale partecipa anche Minnie. Il pezzo scelto (un canto di protesta operaio cantato dalla donna abbigliata in una foggia da mondina/contadinotta) però non riscuote alcun successo; il pubblico fischia e rumoreggia, preferendo una bella manza in minigonna che si produce a squarciagola, senza pretese “politiche” e mostrando le avvenenti grazie, in una versione da cardiopalma di “La Prima Cosa Bella”. Odeon, intubato nell’abito della festa estratto dalla naftalina, è l’unico ad applaudire la performance canora della sua partner. Ben presto la serata sfocia in rissa, complice anche il comportamento di Minnie che dal palco si mette a insultare il pubblico come Johnny Rotten. Entrambi dovranno fuggire, inseguiti dalla folla inferocita. E infine giunge anche il giorno del fatidico invito a pranzo a casa di Minnie, una tenuta sfarzosa che fa venire a Odeon un attacco improvviso di colite con urgente ricerca del bagno. L’incontro con i genitori della fidanzata non è dei migliori (“Se ha un figlio, lo chiama Capitol?”). Mentre Mike, il padre, si dimostra essere un tipo alla mano, l’arcigna madre sottopone il futuro genero a un terribile terzo grado per appurarne le possibilità economiche. Il dramma continua a tavola, dove il poveretto, poco avvezzo al bon ton e alle tavole imbandite, mal si destreggia tra servizi di posate, bicchieri, e apri-crostacei. Quando finalmente affiora il discorso “matrimonio”, l’operaio cade dalle nuvole: non ha alcuna intenzione di sposarsi, sta tanto bene nella sua cascina dove non ha nulla ma si sente libero. La ricchezza non fa per lui. Indignato per essere stato scambiato per un cacciatore di dote, abbandona la villa lasciandosi alle spalle una Minnie affranta. Il tempo passa e la fortuna sembra accorgersi di Odeon. Una canzone della giunonica miliardaria (ove abbiamo il sospetto la Fullenwider sia doppiata vocalmente dalla Turina), basata su alcune frasi scritte dall’innamorato in un momento di malinconia, ottiene uno strepitoso successo. La gente inizia a salutare il nostro quando lo incontra per strada, arrivano i soldi, e finalmente Aniello può realizzare il suo sogno comperando il sospirato appartamento con pluriservizi. Anche Rosa, che fino ad allora lo aveva sempre snobbato, gli mette gli occhi addosso e lo invita a pranzo col manifesto intento di “accalappiarlo”. La madre della Petruzzelli parla come uno spot pubblicitario (“Come ha detto che si chiama? Embassy?”), destreggiandosi tra Olivolì Olivolà, Dixan programmati e pollo Arena, e ancora una volta l’ex operaio si ritrova con una richiesta di matrimonio sulle spalle che non esita a rifiutare. Il tempo passa (epica nel frattempo una scena in cui le due litiganti se le danno di santa ragione per accaparrarsi il nouveau riche Dorelli: la Fullenwider rimarca il lignaggio e la provenienza anglosassone, la Tanzi risponde con un “Va a dar via il cü, ü… milanese”), pressato dalla notorietà Odeon rifiuta il ruolo di paroliere mantenuto e, al culmine di una lite con Aniello, si barrica in casa e prende una sbornia colossale. Scambiato per aspirante suicida viene ricoverato in ospedale (qui è impossibile non ricordare la scena in cui impera una suora dall’assurdo vocione da uomo!) ove naturalmente non tarda a farsi viva Minnie, che ritiene il gesto una plateale e commovente dichiarazione d’amore. Alla fine, pur di essere dimesso ed evitare i bisturi dell’inqualificabile corpo medico, accetta a convolare a nozze. Ma l’idillio dura poco e presto la gigantesca consorte riparte per l’America lasciando all’operaio, che abita ancora nella vecchia cascina e tutte le mattina prende la bici per recarsi al lavoro, il frutto del loro amore: un bambino con lo stesso appetito della madre. Mai fidarsi dei Paperoni a stelle e strisce. Alla fine resta solo e sempre la fabbrica.
Scena culto: al festival della canzone di Vigevano, Odeon chiede un cocktail al barman. Quando si vede versare nel bicchiere della semplice menta e gazzosa rimane esterrefatto: “Ma tu vuoi 1200 lire per della menta e gazzosa?” chiede. “Sì, l’ho anche agitata. E’ special”, si sente replicare. Al che rincara la dose: “E tu per aver fatto una sega alla menta e alla gazzosa vuoi 1200 lire!?!?”
L'ho appena visto su rete 4!! Johnny Dorelli è bravissimo! Altre scene culto sono: - quando Aniello Capuozzo tira uno dopo l'altro gli sciacquoni nei 3 bagni del nuovo appartamento, coronando il sogno di una vita. - quando la madre della Petruzzelli durante la cena parla come uno spot pubblicitario, se uno si ricorda anche gli spot che davano in quel periodo fa spisciare - quando al festival della canzone di Vigevano Minnie si scaglia contro gli spettatori dandogli del reazionari e fascisti.
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