La notte del 15 febbraio 1974, al termine della sua festa di compleanno, il ricco Patrick Davenant (Chris Avram) invita i suoi amici a visitare un vecchio teatro[1] all’interno della sua villa. Con lui ci sono la sua giovane promessa sposa Kim (Janet Agren), l’ex fidanzata Vivian (Rosanna Schiaffino) e suo marito Albert (Andrea Scotti), Rebecca (Eva Czemerys), sorella di Patrick con la compagna Doris (Lucretia Love), Lynn (Paola Senatore), figlia di Patrick a lui legata da un rapporto morboso ai limiti dell’incesto e il suo ragazzo Duncan Foster (Gaetano Russo), il pittore Russell (Howard Ross), amante di Kim, e un misterioso uomo in guru (Edoardo Filippone). Entrati nel bellissimo ma lugubre edificio, emergono subito i sentimenti di odio, gelosia, invidia che dividono i personaggi: ad eccezione di Vivian, che ama tuttora Patrick nonostante il loro matrimonio sia naufragato a causa di una serie di lettere anonime e fotografie che l’accusavano di essere una scostumata, tutti gli altri - compresa Kim, che continua a cornificarlo con l’alcolizzato Russell - desiderano soltanto il suo denaro. Benché il teatro sia chiuso ed inutilizzato da moltissimi anni, l’austero e taciturno uomo in guru pare invece assai pratico del luogo e di tanto in tanto pronuncia frasi sibilline come “Ci ho passato un’intera notte cento anni fa” e “Tutto ciò che accade è già stato deciso da sempre”. Mentre la compagnia sta visitando le varie sale, Patrick scampa per poco alla morte allorché una trave, la cui fune è stata tagliata a bella posta da una mano ignota, precipita sul pavimento; ma quando l’uomo mostra la corda agli ospiti, scopre che in realtà non c’è più alcun taglio, sebbene poco prima lui stesso avesse constatato il contrario. Successivamente l’aspirante attrice Kim, che sta recitando sul palco la scena del suicidio di “Romeo e Giulietta”, viene pugnalata alla schiena da un killer mascherato che Doris vede allontanarsi di corsa per i corridoi. Gli altri propongono di denunciare l’omicidio, ma il telefono è isolato, tutte le porte del castello bloccate e il mazzo di chiavi di Patrick scomparso nel nulla; nemmeno le chiavi di riserva riescono a forzare le serrature, perciò è impossibile uscire. Tutti si accusano a vicenda. All’improvviso, l’attenzione dei presenti viene attirata dal palcoscenico deserto da cui provengono strane voci che il magnetofono di Duncan, pur perfettamente funzionante, non riesce a registrare. Inoltre si rendono conto che ciascuno di loro ha conosciuto l’uomo in guru solo quella sera alla festa e che era stato proprio lui a proporre di visitare il vecchio teatro; peraltro questa enigmatica presenza continua a scomparire e riapparire come un fantasma, perfettamente a suo agio in quel luogo chiuso da anni. Il proprietario comincia a sospettare che lì aleggino forze sovrannaturali e che una leggenda raccontatagli da bambino possa essere vera: il 15 febbraio di cent’anni prima, dopo una festa, un gruppo di persone rimase chiuso una notte intera in quello stesso teatro e quando l’indomani si riaprirono le porte furono trovati tutti morti. Frattanto anche Doris viene uccisa, schiacciata da una parete scorrevole. Vivian, attratta da un quadro del 1708 raffigurante Sir Hamilton, un nobiluomo che assomiglia in modo straordinario all’uomo in guru, viene aggredita dall’assassino che cerca di sfigurarle il volto con una sigaretta accesa; si salva grazie all’intervento di Russell, che ingaggia con lui una lotta furibonda, ma finisce impiccato ad una trave. Patrick vede in biblioteca una pergamena antica di almeno cinquecento anni con una serie di disegni di uccisioni avvenute secondo modalità simili, se non identiche, a quelle appena successe (una donna pugnalata, una minacciata da un coltello e un uomo con un cappio al collo), mentre Vivian, ripresasi, scopre che il ritratto di Sir Hamilton è scomparso. Rebecca, accortasi dell’assenza dell’amata Doris ed allontanatasi per cercarla, viene ripetutamente pugnalata nel basso ventre dal killer mascherato e una sua mano inchiodata alla parete di legno, vicino al corpo della partner. Vivian confessa a Patrick di amarlo ancora e che le lettere anonime con cui la si accusava di essere una specie di squillo erano state scritte da Albert, innamorato di lei e deciso ad impedire il loro matrimonio. In quel momento Lynn e Duncan rinvengono i cadaveri di Rebecca e Doris e contemporaneamente Albert viene trovato in una balconata, strangolato da una corda. Patrick mette a fuoco altri particolari riguardo la vecchia leggenda e ricorda che, il 15 febbraio di diversi secoli fa, in quello stesso teatro, un principe suo avo aveva sterminato tutti i membri della sua corte che stavano tramando contro di lui, e che da quel giorno sui Davenant cadde una maledizione destinata a rinnovarsi esattamente ogni cento anni. A questo punto, dopo aver aggredito e pugnalato al petto Vivian, Patrick si rende conto dell’incredibile verità: l’assassino non è altri che lui stesso, inconsapevole strumento delle forze oscure – materializzate nell’uomo in guru – incombenti sul teatro e da queste costretto a ripetere ritualmente la strage compiuta dal suo antenato. Disperato, racconta l’accaduto alla figlia Lynn ma Duncan lo sorprende alle spalle e lo strangola: i due fidanzati avevano infatti pianificato fin dall’inizio l’uccisione di Patrick per impossessarsi dei suoi beni ed era stata proprio Lynn a tagliare la corda della fune per colpirlo. Raggianti per il lavoro compiuto e per la totale assenza di testimoni, si avviano verso l’uscita ma scoprono con orrore che la serratura, che poco prima Duncan era riuscito a spezzare con un’accetta, è nuovamente intatta! In preda al panico, capitano nei sotterranei del teatro e lì appare l’uomo con il guru che dice loro queste parole, spiegando l’intera vicenda: “Così, ogni cento anni, li uccise tutti ad uno ad uno, risparmiando solo sua figlia perché l’amava, ma non come un padre, come un’amante. E fu proprio lei, che portava in seno il frutto di quell’amore, a far uccidere il padre. Ma sulla figlia e sulla sua discendenza cadde la stessa maledizione una volta ogni cento anni, destinata a durare finché l’intervento e l’amore di un’altra donna non avranno impedito l’incesto. Soltanto allora il seme colpevole sparirà dalla terra e la maledizione avrà fine”. Mentre Lynn e Duncan rimangono lì bloccati e destinati a morire sepolti vivi (v. scena culto), Vivian si risveglia, una porta si apre e può così finalmente uscire da quel luogo maledetto e rivedere la luce del giorno.
Commento
Tra i numerosi, interessanti ibridi realizzati dal cinema-bis nostrano negli anni ’70, “L’Assassino Ha Riservato Nove Poltrone” occupa certamente un posto di rilievo, distinguendosi per originalità e inventiva. La pellicola di Giuseppe Bennati, infatti, incomincia come un classico giallo gotico incrociato con “Dieci Piccoli Indiani”, in cui un campionario di persone ricche, avide e viziose si ritrova chiuso in un luogo dalla fama sinistra (qui un teatro, altrove una villa isolata o un castello) e viene decimato da una mano misteriosa. Tuttavia, presto vira verso il racconto fantastico e il mystery-tale e il regista fa esplicitamente capire allo spettatore che forze non di questo mondo aleggino effettivamente su quel luogo e sui suoi visitatori: ricordiamo il catenaccio del portone spinto da una mano invisibile, le chiavi che scompaiono nel nulla, la corda tagliata che come d’incanto ritorna intatta, le voci che non vengono registrate e, soprattutto, la sfuggente figura dell’uomo in guru, enigmatico araldo di potenze ultraterrene. Quindi, se nel giallo gotico doc (su tutti, il dittico di Paolo Emilio Miraglia “La Notte Che Evelyn Uscì Dalla Tomba” del 1971 e “La Dama Rossa Uccide Sette Volte” del 1972) l’armamentario sovrannaturale si rivela alla fine soltanto una macchinazione per celare le solite trame ereditarie ordite da uno dei personaggi, ne “L’Assassino Ha Riservato Nove Poltrone” è invece un elemento reale ed autentico, costituito da una maledizione ancestrale che dà inizio, condiziona e conclude l’intera vicenda - compreso il complotto della coppia Lynn-Duncan per impossessarsi dei beni di Patrick - , secondo la frase pronunciata da Sir Hamilton: “Tutto ciò che accade è già stato deciso da sempre”. Di conseguenza, gli apparenti punti morti e le incongruenze di sceneggiatura lamentati da alcuni critici quando recensiscono questo film sono in realtà perfettamente coerenti con la sua collocazione nella categoria della ghost-story e del racconto sovrannaturale, tendenti a non rischiarare tutta la vicenda alla luce della ragione e a lasciare invece ampio spazio all’inesplicato e all’inesplicabile. Le vittime dell’incantesimo sono tutte persone spregevoli (donne avide e adultere, figlie drogate, padri incestuosi, medici corrotti e calunniatori, playboy alcolizzati), quindi colpevoli e destinate alla condanna, mentre l’unico personaggio positivo – l’innocente Vivian – si salva miracolosamente e con il suo amore per Patrick riesce, forse, a sconfiggere per sempre la maledizione. Le modalità degli omicidi sono invece tipicamente argentiane, compiute da un efferatissimo assassino che indossa un domino e una maschera grottesca chiaramente ispirati a “Il Fantasma Dell’Opera”: obbligo citare la scena, di forte impatto visivo, del ritrovamento dei corpi seviziati di Lucretia Love ed Eva Czemerys, disposti uno vicino all’altro come in una macabra scultura.
Similmente a diversi altri thriller gotici coevi, anche “L’Assassino Ha Riservato Nove Poltrone” ridonda nell’aspetto erotico, grazie ad un cast femminile di tutto rispetto: esibendosi in sensuali balli e disinibite scene di sesso, omaggiano Eros e Thanatos Paola Senatore, Janet Agren, Lucretia Love ed Eva Czemerys; più casta la sempre fascinosa ed elegante diva del cinema italiano anni Sessanta, Rosanna Schiaffino.
Scena cultoLynn e Duncan sono bloccati nei sotterranei, dove ci sono le tombe degli antenati della famiglia Davenant, compresa quella, nuovissima, di Patrick. Ad un tratto, scoprono anche due bare vuote sulle quali stanno scritti i loro nomi e cognomi, con tanto di data di nascita e…di morte! Per loro non resta che rassegnarsi a finire sepolti vivi, dal momento che forze sovrannaturali hanno provveduto a murare anche l’uscita dai sotterranei…
The Homesick
SCHEDA TECNICA
Regista:
Giuseppe Bennati
Soggetto e sceneggiatura:
Biagio Proietti
Paolo Levi
Giuseppe Bennati
Nazionalità:
Italia
Anno:
1974
Casa di produzione:
Cinenove
Genere:
Giallo / Horror
Cast:
Rosanna Schiaffino
Chris Avram
Eva Czemerys
Lucretia Love
Howard Ross [Renato Rossini]
Janet Agren
Paola Senatore
Andrea Scotti
Gaetano Russo
Edoardo Filippone
Musica:
Carlo Savina
[1] Si tratta del teatro di Fabriano, nelle Marche.